Il cinema di Mario Monicelli presenta innanzitutto un dato straordinario: all'inizio la critica ha storto il naso, poi  il pubblico se ne è entusiasmato, e alla fine la critica ci ha ripensato e  l'ha riconosciuto.
Di solito accade esattamente il contrario. Ma è ovvio che questo itinerario è di gran lunga più lusinghiero: per l'autore, non per i critici, evidentemente.
Io qui non voglio aggiungere le mie alle molto più autorevoli lodi che oggi questa critica perspicace finalmente pronuncia e dire, anche io - ora che la "commedia all'italiana", di cui Mario è stato una bandiera, è assurta all'empireo dell'arte - che si è trattato dello sguardo più penetrante sulla società italiana dell'immediato e successivo dopoguerra, di cui ha svelato i mutamenti, le virtù, i difetti, le meschinerie  ma anche le  spavalderie e dunque  le grandezze, soprattutto le amarezze e le sconfitte. Non voglio ripetere una cosa ormai diventata quasi banale, sebbene importantissima: che noi tutti non avremmo capito niente di come andavano cambiando i costumi, i valori, i ruoli, in quel passaggio decisivo fra l'Italietta e la modernità che è caduto fra gli anni '50 e '60. Non voglio anche io confessare che non  avremmo mai avuto, senza quei film, il coraggio di sconsacrare i patri e radicati miti della storia imparata a scuola; confessare che senza la sua riscoperta della vena più profonda della cultura italiana - dalla Mandragola alla Commedia dell'Arte - e cioè la tentazione di mettere in farsa i drammi quotidiani, sì da far ridere e insieme far capire, senza cadere in meschini sentimentalismi, pietismi, preziosismi, romanticismi, compiacimenti d'accatto - avremmo stentato a prendere coscienza della nostra stessa identità.
Non avrei voluto dire quanto ho appena detto per non aggiungere quanto altri, competenti, sono certa hanno già detto. Voglio solo portare la testimonianza particolare di una che non è un critico, che è anzi stata molto a lungo quello che oggi con una certa irrisione si chiama "funzionario di partito" e noi chiamavamo invece "rivoluzionario di professione". Ebbene: è proprio in questa specifica funzione che Mario Monicelli è stato un maestro essenziale. Per ragioni diversissime lo è stato anche Michelangelo Antonioni. I due non possono essere più diversi: ma ambedue ci hanno aiutato, ciascuno alla propria maniera, a guardare alla realtà in modo meno gretto e unilaterale, a scoprire quanto c'è nelle pieghe della realtà e che nell'immediato non è visibile.

Mario Monicelli è cattivissimo. Per fortuna, una gemma rara in questa epoca di insopportabile buonismo. Quando l'incontro ho sempre paura che la sua vena sconsacrante mi investa. Ma non è mai pessimista, non si arrende mai. Anzi. Ogni volta che c'è un'idea bizzarra e difficile ma che sarebbe bene tentare di realizzare io per prima cosa vado a proporla a Mario Monicelli. Perché sono certa che non si tirerà indietro, che sarà disposto a provarci, a mettersi a rischio. Perché Mario è giovane. (E infatti è anche uno dei pochi grandi registi anziani cui piacciono i registi giovani e non piange su "come era verde la vallata" del cinema italiano di trent'anni fa). Del resto basta vedere la sua casa, a via dei Serpenti: la cucina in ingresso, il letto dietro una tenda, un'infinità di ripide scale per arrivarci: l'abitazione di uno studente, il ragazzo-nonno Monicelli. Io gli voglio un bene dell'anima.

Luciana Castellina


"In fondo in fondo nella mia non breve carriera credo che Mario sia il regista più rispettoso della sceneggiatura forse perché nasce come sceneggiatore."

Piero De Bernardi


La strada stretta e tortuosa scende in ripida pendenza tra macchie fitte verso la pianura. Ma dove si andrà a sbucare?
Monicelli, che è al volante, l'ha infilata senza esitare a un bivio molto più in su; e a me pare che abbia sbagliato direzione.
Gli dico: "Mario, mi pare che, di qua a Montiano non ci arriveremo mai".
Mi risponde appena e prosegue.
Scambio un'occhiata con Benvenuti e De Bernardi: ci aspettano a pranzo a Montiano, è già quasi l'una e tra l'altro abbiamo anche fame.
Dopo un po', nel silenzio generale ci riprovo.
"Mario, scusa, sei sicuro di non aver sbagliato strada? Come ci arrivi, di qua, a Montiano?".
Dice molto seccamente: "Ci arrivo. Sono stato in cavalleria, so orientarmi".
Così, dopo molti anni che lavoro con lui, vengo a sapere che ha fatto l'ufficiale in  cavalleria; e di colpo ripenso al suo film La Grande Guerra e a quel suo modo di camminare e di salutare, diritto deciso, correttissimo, che può sembrare scontrosità e invece, ecco, capisco che è stile; così come vedendo quel suo film, avevo subito avuto l'impressione che il suo autore dovesse ben conoscere l'esercito, i soldati, la "naja", insomma; e anche, scontrosamente, amarla.
Quella volta, dunque, stavamo scendendo da Montalcino verso Grosseto, anzi Montiano, dove un vecchio e pittoresco amico, proprietario di una bellissima antica casa, ci aspettava per uno dei suoi famosi pranzi di maremmane raffinatezze. E a Montiano, per quella strada perduta tra le macchie, pilotati dall'ufficiale di cavalleria Mario Monicelli, ci arrivammo infatti, contro le mie previsioni, sena deviare e tutto sommato abbastanza in orario.
Stavamo facendo un largo giro per la Toscana e la Maremma: Montalcino (dove evidentemente avevamo fatto provvista di bottiglie); poi Montiano, Magliano, Scansano, Pitigliano: li guidavo a vedere i posti e le persone da cui era natio il soggetto di Speriamo che sia femmina; un soggetto che diversi produttori avevano rifiutato.
Ed ecco che un giorno mi telefona Monicelli: l'ha letto, gli piace, lo vuole fare. Da quel momento, malgrado altri clamorosi rifiuti, interruzioni e fortunose vicende, Monicelli non l'ha abbandonato più; e questa sua costanza; più nel voler realizzare una storia di tutte donne, e il modo in cui l'ha realizzata facendo del film un racconto insolito, toccante, freschissimo di sentimenti e di personaggi femminili è un po' come la scoperta del suo passato di ufficiale di cavalleria.
Perché Mario Monicelli è noto per le sue dichiarazioni e i suoi atteggiamenti di anti-sentimentale, più precisamente di un duro verso il mondo femminile, uno, insomma, che ama le donne ma, per carità!, dalle donne e dai sentimenti non si lascia commuovere, ci mancherebbe altro! E poi vien fuori, guarda guarda, un film come Speriamo che sia femmina.
Confesso che all'inizio quelle sue burbere e taglienti affermazioni di principio mi avevano un po' sconcertato dico, all'inizio della nostra collaborazione, quando, scomparso con profondo dolore mio  ed i tutti Pietro Germi, la sceneggiatura di Amici Miei, nella sua prima stesura,  era passata a lui. Germi, aggressivamente sentimentale, un po' alla De Amicis, aveva inteso il film come la storia di una salda onesta, commovente amicizia tra uomini; e con Benvenuti e De Bernardi, fiorentini scanzonati, avevamo dovuto insistere per portare la vicenda su un piano appunto, più scanzonato. Arrivato, al posto di Germi, Monicelli, i ruoli mi sembravano invertiti; cioè non avevamo certo bisogno, noi sceneggiatori, di premere il pedale per introdurre versioni ed episodi di scanzonata ironia, anzi! E il film pilotato da Monicelli come la macchina su quella strada tra Montalcino e Montiano, ha avuto il successo che ha avuto. Perché, e l'ho capito frequentandolo e conoscendolo meglio, dopo quelle sue burbere e taglienti affermazioni di principio, non mai volgari comunque né volutamente ciniche basta uno scherzo che gli vada a genio (e non è facile...) e gli viene fuori un sorriso di una ingenuità infantile disarmata e disarmante; e io penso che proprio questo tipo di sorriso riveli, come i suoi film migliori, la sua natura più vera, quella di un uomo e di un artista onestissimo, nemico della retorica fino a difendersi dai sentimenti chiudendosi come un istrice per terrore del sentimentalismo spietatamente ostile ai compiacimenti dei rapporti sessuali per terrore dell'erotismo; e insomma dotato di qualità umane cui non intende mai rinunciare e alle quali subordina tutte le sue scelte d'autore.

Prefazione di Tullio Pinelli da L'arte della commedia, a cura di Lorenzo Codelli, edizioni Dedalo Bari 1986.

Tullio Pinelli


"Non solo ha una cultura vastissima, ma se la ricorda pure!".

Francesco Rosi